‘Pandamonium’ Group show @ Signal Gallery, London. http://www.signalgallery.com/
Rufus Wainwright: Across the Universe
Words are flowing out like endless rain into a paper cup,
They slither wildly as they slip away across the universe.
Pools of sorrow, waves of joy are drifting through my open mind,
Possessing and caressing me.
Jai guru deva om
Nothing’s gonna change my world,
Nothing’s gonna change my world…
Artist Alexandre Farto aka Vhils | Artwork Paper & Wall
on tumblr: vhils.tumblr
Dove ho messo le chiavi dell’auto? Erano lì, dentro il cesto delle robe inutili all’ingresso. Ero sicuro di aver vuotato le tasche come al solito. Sono rientrato da lavoro, forse un po’ rincoglionito credo, però ricordo di aver messo le mani in tasca, e mentre davo una grattatina non troppo velata alla palla destra, ho afferrato le chiavi per gettarle in quel canestro di inutilità mai abbandonate. Lo chiamano vuota-tasche, e andrebbe anche bene, ma mi sono chiesto spesso se ci fosse un disegno oltre l’apparenza, se qualcosa restasse lì a lanciare sordi messaggi. Non che c’abbia mai dato tanto peso. Ho usato una vecchia insalatiera di legno, e l’ho messa sulla prima mensola all’ingresso. All’inizio è stata anche una scelta fashion, molto patchouli e saluto al sole; poi, man mano che il tempo portava via l’entusiasmo del giocare a mamma-casetta, ho lasciato che la polvere coprisse tutto, anche la mia quotidianità. E mi sono scoperto ad arrancare stancamente verso un uscio sempre più grigio; e quel legno, prima brillante e caldo, si è trasformato ben presto in un opaco riflesso dei miei pensieri, sempre pieno di solitudine stretta tra confusione un po’ velata di vecchi ricordi e odori. Grigio. Ho cercato le chiavi dell’auto, allora. Mi sono seduto al nostro tavolo in sala, con l’insalatiera di legno tra le mani, e il ciarpame della nostra vita sepolto lì dentro. Ho guardato a grandi linee, incerto sul da farsi, e poi ho vuotato tutto, pattumiera calata dall’alto. Ho rimestato e lasciato che il mio sguardo vagasse tra gli oggetti polverosi e spenti, mentre tra i pensieri riemergevano le molte vite vissute assieme, i ricordi felici abbandonati in inutili simboli. L’inconscio che conserva, che salva oggetti e persone per ricordarci dei momenti vivi. Piccoli riassunti di grandi giornate: la spilla che portavi tra i capelli al mare, com’era caldo il suo respiro sul mio mentre te la toglievo per scioglierti i capelli e avvolgermi del tuo sorriso. Pesca, profumavi di pesca, anche quando siamo andati al cinema; eccoli i biglietti, inutili e sbiaditi, reliquie santissime di una serata magica. La pioggia che ci portò fino a quel bar, dove tu prendesti un caffè lungo, forte, senza zucchero. Ed io scherzavo, e ti dicevo che vivevi la vita con troppa sofferenza, che dovevi lasciarti andare al miele. E tu che raccogliesti la bustina e la mettesti in tasca:”La terrò per un momento speciale”. Ed eccola lì, dentro l’oblio. E senza accorgersi di averlo vissuto, quel momento speciale, io mi rendo conto solo ora che lo zucchero è finito. Ci sono spiccioli anche. Infiniti, inutili spiccioli di rame, resti di tante serate a bere e ridere di me, di te permalosa, di tutti gli altri, giocando stupidamente a fare la coppia diversa, speciale. Giocando. Giocando fino a quando la realtà è penetrata nel nostro monopoli e non ci ha lasciato che carte sgualcite, istruzioni lise e pedine rotte. C’è un pezzo degli scacchi qui dentro, come c’è finito non lo so. Tu volevi imparare, ed io ho cercato di essere il tuo mentore. L’ho fatto per tutta la vita, e non capivo perchè più mi sforzavo, più tu non imparavi. E non capivo. Che ero io l’allievo, ripetente, bocciato, di coccio. Tu che mi aspettavi sempre, che mi seguivi sempre. Io che non vedevo, non capivo. Come fai a spiegare l’universo ad un bambino? Ho giocato con te fino a farmi sanguinare le mani. Ho giocato perfino sulle tue lacrime, ho salvato il fazzoletto su cui piangevi, come fosse un trofeo. Non ho dato retta al panno umido, e ho salvato solo l’asciutto dei ricordi, e con essi l’aridità dei sentimenti. Ho salvato le foto delle gite, i fiocchi dei regali, i portachiavi inutili, regalati in mille compleanni assieme. Ha salvato tutto, ho perso tutto. Ieri hai aperto il portoncino, stancamente mi hai fissato, e hai abbassato gli occhi salutandomi. Inerme. L’oblio nell’ombra della tua anima mi ha tolto dieci anni di vita. Sono diventato vecchio, stanco, sordo e cieco. E solo allora ho capito di averti perduta. Anni e anni a cercare qualcosa di diverso. E accorgersi del diamante più puro incastrato sotto la suola delle scarpe, calpestato da mille giorni stanchi e inutili, biechi silenzi carichi del nulla più solitario. Ora tu stai dormendo, ed io raccolgo i miei pensieri come cocci; forse qualcosa si può aggiustare, forse si tratta solo di gettare questa insalatiera e comprarne un’altra. Gialla. L’illusione dei colori, il sole di primavera che scongela e scalda. Forse. Ho lasciato vagare lo sguardo a quei piccoli oggetti, ho abbracciato ogni singolo istante che portano dentro, ho dimenticato il motivo per cui sono qui. C’è qualcosa di sbagliato nel dover lottare tutti i giorni per aver ragione della polvere, ma non posso fare altro, la vita ti regala lezioni anche se tu non le vuoi. Stanotte mi sdraierò con te, ti abbraccerò. Domani getterò tutto questo ciarpame, sperando che il veleno esca dalla ferita, e che qualcosa riemerga da quell’abisso. Fiori. Devo ricordarmi di prenderti dei fiori. Magari basterà.
The Cure - Pictures Of You
…Remembering
You standing quiet in the rain
As I ran to your heart to be near
And we kissed as the sky fell in
Holding you close
How I always held close in your fear
Remembering
You running soft through the night
You were bigger and brighter and wider than snow
And screamed at the make-believe
Screamed at the sky
And you finally found all your courage
To let it all go…
Solo per ricordarmi
che oggi ho vinto io.
A volte nella vita si perde
ma a volte si vince.
E quando si vince
bisogna brillare.
Magari col C4.
Ma sarà un botto
SPETTACOLARE.
Amen
The Architect’s Eye,2012 by Sergei Tschoban and Sergey Kuznetsov. A stainless steel sphere, completely smooth and reflecting, features an LED system to create the image of a huge human eyeball that rotates to look to the sky as well as at visitors and the ground. The iris changes color and the pupil increases and decreases in size.
via tacticalshoyu:
(via 3nding)
Sembra non ci sia più spazio per le parole. Eppure non è così. Oggi come un tempo, un tempo non troppo remoto (non si devono scomodare i vecchi per sentirsi tali), le parole sono importanti (cit.), ma mai come oggi si sente il dovere di riassumere, contrarre, rielaborare l’essenza, spremere, centrifugare, frullare, bere, digerire, cacare. Beh, ho come l’impressione che sia pura illusione. Ci accontentiamo di messaggini spicci e stropicciati, ma per dire davvero cosa pensiamo dobbiamo infilarne uno dietro l’altro, interpretare, correggere, cadere spesso e tentare ancora. Abbiamo disimparato l’arte della narrazione, e ci lasciamo andare ad una serie infinita di sintesi. Frasi, sempre frasi, stringhe di parole intervallate da punti, anzichè da virgole e sospiri. Frasi scritte con qualsiasi cosa, non più di tot battute a messaggio, ma mille messaggi per scoprire la verità. Che poi da tempi lontani, stavolta sì lontani davvero, le uniche parole che contano sono Scusa, Grazie, Ti Amo, Aiuto. Chissà perchè, chissà dove ci porterà questa effimera frenesia che ci illude come il rumore dei giri alti in un motore. Correre, correre, correre. Sudare, lavorare, il padrone, sissignore, testa bassa, pum pum pum. Sono convinto che anche i sogni siano influenzati da questa onda anomala che ci travolge e non ci permette di respirare se non per sopravvivere; i sogni, le nostre speranze racchiuse sotto le palpebre di notte, ridotti ad un accumulo di granelli spicci, chincaglierie becere e banali: la macchina, la puttana sotto casa, la casa con dentro la puttana, i nani da giardino e il water d’oro. Può il nostro linguaggio aver mutato le nostre aspirazioni? E’ forse vero il contrario? Avvolti da obiettivi ogni volta più stupidi siamo implosi pur di sopravvivere? La parole, fili di pensiero uniti da pause, continuano ad avere la loro voce nel silenzio, sebbene il nostro incedere sia più ritmato e urlato. Lirica contro rap, cavallo contro auto, lento, veloce, rock, vaffanculo Celentano. No, sul serio, vaffanculo. Saremo in grado di riprenderci i sospiri? Secondo. Devo arrivare secondo, devo imparare ad arrivare dopo. Ultimo, devo aspirare all’ultimo posto, e gioirne. Sarebbe bellissimo. Avrei vinto tutto, avrei il sorriso dell’Africa, e il suo cuore segreto, pulsante. Sarei morto, e più vivo che mai. Potrei avere il lusso di scrivere pagine e pagine, e non sentirmi stanco. Anzi! Potrebbe quasi piacermi: via i vestiti, via i preconcetti, a morte ogni finale. Giocare con le parole, abbandonarsi al loro suono, lasciarsi cullare da un lago placido in una notte stellata, con la luna a farci da guida. E allora sdraiarsi e cercare di scorgere la stella più lontana e indicarla col dito. E perdere mezz’ora a cercare di guardare oltre quella stella, scoprendosi incapaci a farlo. E ridere di questo. Io rivoglio il profumo della rugiada, dico davvero. Rivoglio i campi con l’erba alta, incolta, che il contadino non sapeva che farne quell’estate e bon, è rimasta così, ad ottobre la taglieremo. Voglio tornare a sognare, lunghi sogni fatti di tette e risate. Non lo voglio solo per me. Lo voglio per noi, perchè non c’è sorriso se non è condiviso, non c’è nascondino in un campo di erba alta, se non c’è nessuno da trovare. Voglio parole, rugiada, sorrisi, virgole e sospiri. Pensieri banali, aggettivi ingombranti, lunghi, fastidiosi, leggeri. Noia. Tanta, tantissima noia. Perchè si apprezzi il silenzio di uno sbadiglio, e si torni ad ascoltare il suono della propria esistenza.
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Greg Laswell - Take A Bow
..and take your time with working the rest out.
(via losgabuzzo)
Effloresce (by Colin~Johnson)